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L’uso corretto della forza negli interventi di Polizia

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 Pubblichiamo un  articolo a nostro parere contenente molti validi spunti di riflessione, del segretario provinciale del S.I.A.P. di Ferrara.
 
 
L’uso corretto della forza negli interventi di Polizia
 una riflessione sulla qualità dell'addestramento degli operatori delle Volanti

Il compito della polizia
Ogni giorno, ad ogni ora, anche in questo istante, in una casa, in un locale pubblico, in una via del centro storico o in qualche remota periferia di una città italiana una Volante della polizia interviene per una qualche emergenza.
In molti di questi interventi i poliziotti devono contrastare e vincere una violenza fisica che viene usata contro di loro. Può trattarsi di un ubriaco molesto, di un criminale che fugge dalla scena del crimine, può essere uno squilibrato che non si rende nemmeno conto di ciò che fa, oppure può essere un drogato che ha perso il controllo di sè, o anche un clandestino disperato che non ha nulla da perdere, può essere chiunque insomma, chiunque in quel momento decida di opporsi con la forza ai tutori dell'ordine.
Nelle strade delle nostre città, i poliziotti sono coloro che presidiano, con il loro stesso corpo fisico, il confine tra legalità e illegalità e per farlo, sono spesso costretti a usare la forza.
Le norme tuttavia prevedono in modo tassativo i casi in cui la polizia può intervenire anche usando la forza fisica nei confronti del cittadino in un delicato equilibrio di interessi e priorità. Il principio fondamentale è comunque che l'azione di forza della polizia deve sempre essere della minore offensività possibile e fermarsi non appena si è immobilizzato il soggetto.
La Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, la Costituzione italiana, il Codice penale italiano, la Carta di Rotterdam, sono le fonti da cui emerge il profilo professionale dell'operatore di polizia: anche nei momenti più critici del suo intervento, nella concitazione della lotta fisica, nel timore per la sua stessa incolumità, il poliziotto deve essere capace di usare la minore violenza possibile.
Ci si aspetta che questa priorità, il dovere di adempiere ai doveri d’ufficio tenendo sempre presente anche la salvaguardia dell’incolumità anche del soggetto da bloccare, prevalga sulle reazioni “istintive” che un attacco violento ingenera in ogni essere umano.
Questa è la cifra professionale che una moderna democrazia occidentale chiede alla sua polizia.
Tuttavia l'ottenimento di un adeguato standard di professionalità è possibile solo combinando molteplici fattori che in modo sinergico formino un patrimonio culturale e professionale diffuso e condiviso nel personale della polizia.
Occorre una strategia di formazione complessa, e occorre creare dei parametri di valutazione degli interventi. Servono risorse umane ed economiche che consentano di implementare la formazione e le dotazioni. Occorre che la politica scelga gli obbiettivi e destini adeguate risorse per rendere possibile il loro ottenimento.

Le tragedie degli ultimi anni
Purtroppo, negli ultimi anni, proprio in relazione a questo tipo di interventi, si sono registrate troppe tragedie. Alcuni interventi in cui la polizia ha fatto uso della forza fisica si sono conclusi con la morte dei soggetti da bloccare.
Ripercorriamo velocemente le tappe di questa triste cronologia.
All'alba del 25 settembre 2005 una Volante della Questura di Ferrara interviene perchè viene segnalato un ragazzo che dà in escandescenze in un parco pubblico. Si scoprirà in seguito che aveva assunto droghe. Una volante si reca sul posto e ha uno scontro fisico col ragazzo che li attacca senza apparente motivo. Interviene in seguito una pattuglia di rinforzo e si verifica un secondo e ultimo scontro. Il ragazzo rimane esanime sull'asfalto, morto.
Il ragazzo si chiamava Federico Aldrovandi, aveva 18 anni.
Il 21 giugno 2012 la Corte di Cassazione ha confermato le condanne dei 4 poliziotti della Questura di Ferrara che sono intervenuti quella mattina e li ha condannati a 3 anni e sei mesi di carcere per eccesso colposo nell'ambito di un legittimo esercizio di un dovere.
Essi avevano il diritto (e il dovere), di intervenire fisicamente per immobilizzarlo, ma hanno commesso errori e negligenze tali da causare la morte del ragazzo: questa, in estrema sintesi la ragione della loro condanna da parte del giudice.
A Trieste, il 26 ottobre 2006, due volanti intervengono su segnalazione di alcuni cittadini poichè Riccardo Rasman, un uomo di 120 Kg affetto da schizofrenia, lanciava petardi dalla finestra. L'intervento nel suo domicilio da parte di due volanti innesca una violenta colluttazione tra l’uomo e gli operatori. L'uomo viene infine bloccato, ma muore subito dopo.
Tre dei quattro agenti intervenuti vengono condannati a sei mesi di reclusione per lo stesso titolo di reato: eccesso colposo nell'ambito dell'esercizio di un dovere  http://it.wikipedia.org/wiki/Omicidio_di_Riccardo_Rasman .

La notte del 30 giugno 2011, a Milano, in circostanze simili, muore Michele Ferrulli di 51 anni. Ferrulli è un uomo di 140 kg, ed è ubriaco. Le volanti intervengono su segnalazione di alcuni cittadini. Ferulli attacca gli agenti e viene contrastato. L'uomo viene infine bloccato, ma muore sull'asfalto. Nell'aprile del 2012 la procura di Milano chiede il rinvio a giudizio per i poliziotti intervenuti, rei di aver colposamente ecceduto i limiti del legittimo intervento http://www.giornalettismo.com/archives/367214/quei-poliziotti-hanno-ucciso-michele-ferrulli/ .

L'8 settembre 2011, a Roma, durante l'intervento di due volanti per una lite in famiglia, un uomo, Luigi Marinelli di 48 anni, affetto da schizofrenia, dopo aver picchiato la madre si scaglia contro gli agenti. Ne nasce una colluttazione a cui fa seguito la morte dell'uomo. La Procura ha indagato i poliziotti intervenuti e ha disposto le perizie per accertare le cause di morte  http://roma.repubblica.it/cronaca/2011/09/09/news/picchia_la_madre_e_poi_muore_da_autopsia_6_costole_rotte-21446186/
Non intendo ovviamente entrare nel merito di nessuna di queste vicende se non nel trait-d'union che le unisce: in ognuna di queste situazioni la Polizia è intervenuta per immobilizzare una persona, per ridurla alla condizione di non poter nuocere a sé ed ad altri, ha usato la forza in modo legittimo (almeno inizialmente) ma l’intervento ha avuto come esito la morte del soggetto.
In nessuno di questi casi è stato mai contestato agli operatori di polizia alcun dolo: le ragioni della morte di quelle persone hanno semmai a che fare con la colpa, la negligenza, l’imperizia.

La valutazione della responsabilità giuridica dell'operatore di polizia
È opportuno, per chiarire quale sia l’approccio giuridico alla questione, leggere direttamente i passi della sentenza del processo per la morte di Federico Aldrovandi, caso che cronologicamente è venuto per primo.
Scrive il giudice: “Bisogna verificare se nella concreta situazione nella quale i quattro si vennero a trovare, il c.d. agente modello avrebbe adottato comportamenti diversi in grado di prevenire ed evitare l’evento. Si tratta perciò di stabilire il se e la misura della colpa degli imputati. Nel caso concreto non abbiamo necessità di andare oltre il mero criterio oggettivo di misura della colpa per applicare anche un criterio soggettivo, in funzione di specifiche capacità, competenze e conoscenze degli imputati. Ci troviamo, infatti, di fronte a quattro normali operatori di polizia per i quali si tratta soltanto di fissare la regola di comportamento alla quale essi si sarebbero dovuti attenere e che sarebbe stata ragionevolmente osservata dal soggetto paradigmaticamente assunto come modello di riferimento" (Pagina 529 sentenza di primo grado Tribunale di Ferrara).
Ancora:
Nessun professionista potrà addurre a giustificazione di un errore professionale il non avere potuto partecipare a corsi di formazione, per non esservi stato ammesso o per altre cause; così come nessuno potrà appellarsi al fatto di non essere stato presente alla lezione o alle lezioni in cui sono state spiegate le modalità per affrontare correttamente specifiche situazioni della professione. Né si potrà addurre a giustificazione il fatto che nel corso di formazione a cui si è partecipato, non vennero spiegate specifiche tecniche o modalità operative. Tutto ciò che in un determinato momento storico costituisce il patrimonio culturale ed il bagaglio tecnico di conoscenze che deve essere posseduto dall’agente modello rappresenta il parametro sul quale valutare la condotta, al di là del fatto che il soggetto ne abbia in concreto avuto effettiva conoscenza” (Pagina 536 sentenza di primo grado Tribunale di Ferrara).
L'applicazione del diritto si basa necessariamente su fattispecie astratte. La norma giuridica individua (categorizza) un comportamento “modello” che costituisce ciò che le norme si aspettano dal soggetto (l'operatore di polizia) che va giudicato. Questo modello “ideale” costituisce il metro con il quale verrà misurato il grado di assonanza o dissonanza di ciò che è stato fatto nell'intervento oggetto di valutazione giuridica.
L' eventuale differenza, la non corrispondenza tra ciò che doveva essere fatto e il dato di realtà che emerge dalla ricostruzione dei fatti, integra una responsabilità giuridica a carico del singolo poliziotto, non rilevando in nessun modo, afferma il giudice, la soggettività del singolo operatore in riferimento al fatto di avere (oppure no) ricevuto formazione adeguata dall'ente di appartenenza.
Forse è per prevenire obiezioni di questo tenore che lo stesso giudice di Ferrara si incarica di fugare ogni dubbio, scrivendo nella sentenza che: “D’altra parte, è noto che al di là degli specifici limitati corsi di addestramento, molti agenti di polizia curano personalmente e privatamente questa componente della propria preparazione tecnico-professionale, proprio perché è notorio che una corretta applicazione di tecniche di immobilizzazione è la garanzia fondamentale che l’azione di contenimento dell’agente di polizia si eserciti e raggiunga l’obbiettivo con il minimo di violenza e senza danni fisici per il soggetto da immobilizzare” (Pag. 539 sentenza di primo grado Tribunale di Ferrara)
Su questo punto occorre invece rilevare che il regolamento di servizio della Polizia di Stato prevede all’art. 26, che il dipendente è (sì) tenuto all’aggiornamento della propria preparazione professionale e culturale, (ma solo) con le modalità stabilite dall’amministrazione. È perciò escluso che un dipendente possa scegliere palestre dove imparare tecniche di immobilizzazione da istruttori non autorizzati dalla polizia stessa. Il motivo è ovvio: l'insegnamento delle tecniche di offesa e difesa che il personale della Polizia di Stato applica ai cittadini in situazioni operative “violente” non si può delegare a istruttori non espressamente scelti e preparati dalla “casa madre”, né a pericolose forme di improvvisazione autodidattica.
Tuttavia il nodo da sciogliere non è giuridico bensì culturale. Non si tratta di discutere in punto di diritto le sentenze ma di analizzare la spaccato di una professione, quella del poliziotto delle Volanti, su cui si sono aperti scenari che devono indurre ad approfondite riflessioni.
Di fronte a queste tragedie è forse il caso di ipotizzare che il sistema di addestramento e di dotazioni necessiti di un aggiornamento e di alcune correzioni? Sono, questi episodi, casuali? Sono solo errori fisiologici nel grande numero degli interventi complessivi ben condotti? o invece sono il frutto amaro di strategie di formazione e investimenti non è all’altezza del risultato che si vuole ottenere?
Questa mia analisi non ha naturalmente alcuna pretesa di esaustività. Mi propongo solo di stimolare un dibattito ed una riflessione che mi auguro possa proseguire, magari su queste stesse pagine, affinchè si abbia maggiore consapevolezza dei problemi sul tappeto (senza nasconderli sotto, nella tentazione perenne di una rimozione da occhi e coscienza).

L'agente modello
L'agente modello dovrebbe possedere un addestramento tale da permettergli di contare su tre differenti fattori, dalla cui presenza o mancanza può dipendere l'esito felice o infausto degli interventi:  

A) Fattore psico emotivo: è la tenuta emotiva dell'operatore rispetto all'impatto con la violenza. L'operatore “modello” dovrebbe essere capace di non reagire mai con comportamenti simmetrici nei confronti delle persone che è chiamato a contenere/bloccare.
La tenuta emotiva è una variabile dipendente, oltre che dalle inclinazioni squisitamente individuali, dal livello di addestramento su cui il singolo operatore può contare. Il contagio della violenza, l’istintivo automatismo della risposta simmetrica alla violenza ricevuta, il cedere alla paura, sono conseguenze istintive che ogni essere umano prova quando viene attaccato e si sente in pericolo. Incanalare tali reazioni innate in comportamenti lucidamente consapevoli e controllati presuppone una consolidata “abitudine” al governo delle proprie emozioni che può basarsi solo su un alto grado di preparazione professionale. L' alto livello stressogeno di una colluttazione è ben controllabile solo dall'operatore che ha sicurezza nei propri mezzi. L'operatore deve possedere l’abilità tecnica ed emotiva per governare l’evento violento.
L'operatore ben addestrato, che sa cosa fare perchè è abituato a farlo, difficilmente andrà oltre il limite della violenza strettamente necessaria. Viceversa, l'operatore inesperto e non formato rischia di essere preda della concitazione e del marasma, rischiando di essere trascinato in un’escalation di violenza che appare tanto più probabile quanto più per l'operatore l'evento violento costituisca una situazione verso la quale non ha la necessaria preparazione. Non propongo, ovviamente, nessun nesso di causalità diretto tra mancato addestramento e violenza, ma ritengo ragionevole ipotizzare una frequenza maggiore di errori di gestione degli interventi da parte di operatori non addestrati rispetto a quelli ben addestrati.  

B) fattore fisico addestrativo: è il conseguimento ed il mantenimento di una forma fisica ottimale unita ad un sufficiente livello di addestramento alla lotta che si concreta nella capacità dell'agente modello di usare leve incruente per bloccare con la minima offensività gli attacchi di cui è destinatario.
Su questo specifico aspetto, che è determinante nell'approccio agli interventi in cui occorre usare violenza, occorre essere chiari, ed avere il coraggio semplice di dire la verità per quella che è. La cifra professionale media che l'operatore è in grado di garantire non è all'altezza del metro con cui egli sarà giudicato. L'addestramento degli operatori è limitato al periodo della scuola di polizia con ben pochi, talvolta nessuno, approfondimenti successivi. L'addestramento professionale, anche laddove si tenta di tornare su questo specifico settore con approfondimenti e “richiami” attraverso sedute di formazione, manca di quella sistematicità e frequenza indispensabili a che gli operatori siano e rimangano preparati: nelle questure non ci sono palestre, e spesso nemmeno gli insegnanti. Pretendere che un limitato periodo di addestramento che risale a venti anni prima costituisca una base sufficiente a garantire la capacità di agire leve e usare tecniche incruente di autodifesa, appare una forzatura dogmatica che nella rigidità delle clausole giuridiche va accettata per quello che è ma che non può illudere nessuno che basti davvero a garantire interventi all’altezza delle aspettative.  

C) fattore tecnologico: è la dotazione di mezzi tecnologici che assicurano la massima efficacia di contrasto alla violenza garantendo la minima offensività nei confronti della persona da immobilizzare.
Le difficoltà oggettive di formare il personale è un dato oggettivo incontrovertibile.
Mancano strutture idonee, manca una sufficiente frequenza dell'addestramento, mancano gli istruttori e l'età degli operatori è spesso molto avanzata. A questo si aggiungano la scarsità di risorse, umane ed economiche, di questo periodo storico, e il quadro è finito. Appare perciò indispensabile verificare se esistano strumenti tecnologici che possano garantire che l’intervento di contenimento abbia la minore offensività possibile verso il cittadino e allo stesso non richiedano agli operatori quella particolare, molto qualificata abilità fisica e tecnica che difficilmente essi possono assicurare.
Ritengo che qualche soluzione sarebbe possibile. Esistono strumenti oggi largamente adottati in molte polizie del mondo che consentono la difesa personale degli operatori senza che essi debbano ricorrere a al contatto fisico con i soggetti.
Si tratta di dotare le Volanti di un economico, efficace e incruento spray al peperoncino. Questo spray, sperimentato con successo da polizie locali anche italiane, nella sua semplicità può essere una possibile soluzione. Culturalmente, inoltre, si tratta di mandare segnali simbolici importanti, evitando alla radice quel contatto violento a cui uno strumento ontologicamente violento come il manganello (ancora oggi l'unico strumento di difesa in dotazione) invece obbliga.
Con uno strumento come lo spray irritante a disposizione delle Volanti è ragionevole credere che gli interventi si contenzione saranno facilitati, le colluttazioni meno violente, i cittadini più protetti, i poliziotti un po' meno lontani dall'astrazione dell'agente modello.
Ultimo aggiornamento Venerdì 02 Novembre 2012 08:40  

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